La cascata del Cenghen

Ebbene sì, mi son lasciata convincere dal mio ragazzo ad affrontare un’avventura di due giornate nella natura, sul Monte Due Mani, senza alcun tipo di comfort (una toilette, per dirne una), e con la ferrea convinzione che fosse ormai giunto per me il momento di provare un’esperienza diversa dal solito b&b.

È iniziato così il nostro viaggio, in compagnia di altri due amici, con partenza da Milano. Prima, però, abbiamo fatto una breve sosta a Decathlon per acquistare una tenda che sarebbe servita ad accamparsi per la notte (la mia prima, passata sotto le stelle), e poi una sosta al supermarket per comprare del cibo in scatola e della frutta. Del resto “Into the wild” ci insegna a diffidare delle piante selvatiche come fonte di sostentamento.

La partenza: un salto alla la cascata di Cenghen

Il tragitto in auto è durato un paio d’ore.
Prima di iniziare la scalata del monte, Davide ha acconsentito a esaudire un mio desiderio: fare il bagno in una cascata. Se c’è uno spettacolo che riesce sempre a emozionarmi, è proprio quello di un getto d’acqua che irrompe energico tra due pareti rocciose e si infrange contro il suolo, per proseguire sereno il suo percorso, trasformatosi in ruscello. Nello specifico, abbiamo fatto tappa alle cascate di Cenghen, ad Abbadia Laurana (LC).

Sul sentiero verso la cascata

La salita verso la cascata richiede un paio d’ore, la discesa un’ora e mezza.
Una volta giunti lì – con qualche difficoltà perché le indicazioni non sono ben visibili – ed esserci rinfrescati sotto il getto d’acqua gelido, abbiamo raggiunto in auto il monte due mani per iniziare la vera avventura.

Il sentiero 34

Siamo arrivati ai piedi del monte intorno alle sei di pomeriggio. Ci attendevano all’incirca 4 ore di camminata in salita. Rispetto alla precedente escursione, questa volta ero più attrezzata, perché avevo con me le mie bacchette (agevolano davvero il percorso!). Appena abbiamo iniziato la camminata mi sentivo già stanca ma mi son fatta forza…. dovevamo arrivare in cima!

Il percorso non è stato dei più semplici perché il sentiero era molto stretto e pieno di ciottoli. Per di più, l’erba era particolarmente alta e tra i vari cespugli si nascondevano infidi insetti, nello specifico una specie di mosche le cui punture erano davvero molto fastidiose. Il sentiero che avevamo deciso di intraprendere era il 34.

Percorso 34: dalla valle alla cresta del Monte Due Mani

Momenti di panico

A un certo punto qualcosa deve essere andato storto perché non siamo più riusciti a leggere il numero indicativo del sentiero da nessuna parte e abbiamo iniziato ad avventurarci in quello che ho scoperto dopo essere il letto di un fiume.
Dal momento che le sfighe non vengono mai sole, ha iniziato a imbrunire (erano ormai le otto di sera), nonché a piovere! La parete di rocce sconnesse che stavamo scalando era ormai diventata scivolosa. Sentivo voci lontane che provenivano dal bivacco Emanuela, situato a metà percorso (il secondo era in cima). Riuscivo a intravederlo tra gli alberi ma non capivo come si potesse raggiungere, una volta finiti fuori sentiero. Panico. Totale. Il suggerimento di Davide era quello di tornare indietro, percorrendo la parete in discesa, ma le pietre erano ormai divenute scivolose per via della pioggia, non era facile capire dove poggiare i piedi per via del buio. E le forze iniziavano seriamente ad abbandonarmi. È stato in quel preciso momento che ho capito: avrei dovuto iniziare a costruirmi una capanna, perché avrei passato il resto della mia vita lì!

Il Bivacco Emanuela, situato a metà del percorso

Il bivacco Emanuela

A un tratto, una visione angelica: uno dei due amici era riuscito a trovare un sentiero retrostante il bivacco che conduceva in prossimità del punto in cui io giacevo priva di forze e speranze. Sono riuscita a raggiungerlo, anche con l’aiuto di Davide, il quale poi ha ripercorso lo stesso tragitto altre due volte: una, con in spalle il mio zaino e l’altra portando il suo. Benedetto ragazzo! Siamo così arrivati, decisamente provati, al rifugio in legno, dove si trovava già un gruppo di neodiplomati in vena di festeggiamenti. Ci hanno accolto in maniera totalmente amichevole e abbiamo così trovato dei nuovi compagni d’avventura.

Abbandonata ormai l’idea di raggiungere la vetta e senza alcuna speranza di poter godere di un bel cielo stellato (viste le troppe nuvole), abbiamo montato la tenda e ci siamo beati della vista notturna della città in lontananza. Da un lato, un tappeto di luci variegate che si stendeva sotto i nostri occhi e, dall’altro, una luna piena che faceva capolino tra le nubi.

Vista notturna della città di Lecco dal bivacco Emanuela

La cresta…finalmente!

Stanchi e soddisfatti siamo crollati in un sonno profondo e ristoratore. Al mattino, ci siamo preparati per le successive due ore di percorso. Niente caffè ovviamente. Ma son riuscita comunque a sopravvivere (e senza commettere omicidio!). Armata di bacchette e tanta forza di volontà ho affrontato l’ultimo tratto che mi separava dalla cima, alternando salite “semplici” a tratti di roccia in cui era necessario aggrapparsi alla catena per evitare di cadere nello strapiombo. E qui, purtroppo, il senso di vertigine non ha aiutato.
Che dire, non è stata propriamente una passeggiata ma la vista dalla cima era davvero mozzafiato ed è valsa tutto lo spavento della sera prima! Siamo rimasti lì, sotto la croce in ferro, a bearci del panorama: il lago di Lecco da un lato e una distesa di colline dall’altro. Esattamente al centro, un sentiero naturale composto dalle creste del monte. Sulla vetta, posso garantirlo, ci si sente davvero potenti. Anche se lì, a farla da padrone era un branco di capre protette da un montone dalle possenti corna.

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Sulla via del ritorno

 

Erano lì, dei marmorei gargoyle che ci fissavano mentre ripercorrevamo la via del ritorno… Per la discesa abbiamo impiegato poco più della metà del tempo richiesto per la salita. Una volta raggiunta la macchina mi sono accasciata sulla prima panchina vicina e ho guardato troneggiare, di fronte a me, il monte appena scalato. Mi ha pervasa un enorme senso di soddisfazione: ero riuscita a superare alcuni miei limiti e a prendere maggior consapevolezza delle mie capacità. Mi sentivo fiera e, soprattutto, pronta a tornare a casa e farmi una doccia!

Occorrente per due giorni di trekking

Acqua (tanta) che è possibile portare in comode vesciche; un ricambio di vestiti, calzini e biancheria intima; cibo in scatola (se fosse necessario riscaldarlo, anche un fornelletto e una bombola a gas); eventuali integratori; tenda (possibilmente con cuscini gonfiabili… fanno la differenza!); bacchette (sì lo so, me ne sono innamorata); altra acqua (non è mai abbastanza).